Cinquantatrechilometridifilo

Cinquantatrechilometridifilo è il nido con cui Silvia Beccaria ha accolto Maura Banfo, Giulia Caira, Jessica Carroll, Miriam Colognesi, Claudio Cravero, Paolo Leonardo, Ornella Rovera e Roberta Toscano.
Una trama in cui il filo è metafora di attenzione, cura, pensieri, parole, tempo, contatto, dialogo.
Il progetto è un’installazione in cui le opere non vivono a sé ma fanno corpo unico con le altre. Proprio quel filo fa sì che si sviluppi un’intimità speciale, di cui lo spettatore entra a far parte, una dimensione sacra che porta al silenzio, all’ascolto, allo sguardo profondo. Questo il dono, e l’opera di Silvia Beccaria.
Ogni artista ha un racconto diverso, che si intreccia in una riflessione allargata su un oggetto comune della nostra quotidianità: la foto-tessera. Una sorta di tema proposto da Silvia. Parola composta da foto e da tessera, che unite indicano l’identità e insieme il riconoscimento fenomenologico e sociale dell’individuo. Ma separate aprono all’idea di ripro-riduzione del reale fissato nello scatto e all’atto del tessere. Quindi, il singolo da un lato e la sua relazione con il mondo dall’altro, coagulati in un verbo implicano la creazione lenta di un tessuto, sia esso la propria lettura del mondo, il modo di darsi al mondo, il rapporto con gli altri ma anche con sè stessi. Difficile separare questi aspetti, che fanno parte integrante dell’essere nella vita, il dasein heideggeriano (l’esser-ci).
Avvolte in filo trasparente, come tenute da mani aperte che ne permettono la visione, respira una pluralità di storie, declinazioni personali del concetto di identità, come immagine interna ed esterna. Per alcuni è il passato e la famiglia d’origine, per altri il presente e la famiglia creata, e poi il proprio corpo, il volto, l’anima…ma ci sono anche conchiglie e api.
Trame complesse, come complesso è il lavoro di Silvia: chissà quante parole possono mettersi in fila lungo 53 km? Quanti pensieri, sensazioni, emozioni? L’invito a partecipare al progetto è stato per ogni artista l’inizio di una riflessione personale molto intima, che si è concretizzata nell’opera ma anche in piccoli testi e citazioni con cui ognuno ha accompagnato il proprio lavoro. Sono disvelamenti di grande emozione, in cui si sono realmente create delle simboliche fototessere sull’identità dell’autore. Degli autoritratti poetici che sono meta-visioni perché sviluppano una percezione istintiva e sensoriale con lo spettatore. Probabilmente per la natura al tempo stesso in/conscia della loro origine, del loro originarsi nel fare dei singoli artisti: confrontarsi con il proprio sé è un cammino che implica sentieri al sole, nuotate, scalate, pozzi, boschi, notti senza luna, stanze aperte e altre di cui andare a cercare le chiavi mentre magari se ne è invece già all’interno. Questo misurarsi con la propria identità lo è anche con la propria vita. Opere che contengono bilanci in forma di immagini, in cui il tempo diventa circolare, abbozza uno spazio protetto. Ma non è un punto finale, un arrivo, solo un respiro condensato. La trama di Silvia ha il respiro dell’opera aperta: fili liberi attorniano su tutti i lati le tasche che custodiscono i lavori di Maura, Jessica, Giulia, Miriam, Roberta, Ornella, Claudio e Paolo. Anse nello scorrere della loro esistenza, che arrivano da sorgenti e sboccano in un estuario, in una trama ancora tutta da tessere.

Olga Gambari

Cinquantatrechilometridifilo

Cinquantatrechilometridifilo (Fiftythreekilometersofthread) is a nest where Silvia Beccaria welcomed Maura Banfo, Giulia Caira, Jessica Carroll, Miriam Colognesi, Claudio Cravero, Paolo Leonardo, Ornella Rovera and Roberta Toscano.
It is a weft whose thread is a metaphor for attention, care, thought, words, time, contact, dialogue.
It is an installation in which each work has a life of its own yet is part of a single unit with the others. Its thread allows for the development of a special intimacy, one in which viewers take part: a sacred dimension leading to silence, listening, and a deep gaze. This is Silvia Beccaria’s gift, and her work.
Every artist has a different story, intertwining with an extended reflection about a common item in our daily life: the passport photo provides a sort of theme, proposed by Beccaria. [In Italian, passport photos are called foto-tessere, i.e.“photo-cards”]: a compound word that points to identity and individuals’ phenomenological and social identification at the same time. Separating the two words opens up the idea of the repro-reduction of reality, as immortalized in the shot and in the act of weaving [tessere in Italian means both “cards” and “to weave”]. Individuals on one side and their relationship with the world on the other, coagulated in a verb, implicate the slow creation of a fabric, which could be your own view of the world, the way you approach the world, the relationship with others or the one with yourself. It is difficult to separate these aspects, which are an integral part of being in life, or Heidegger’s Dasein (“being there”).
Wrapped in a transparent thread, as if held by open hands that allow it to be seen, the project breathes a plurality of stories, personal interpretations of the concept of identity as an interior and exterior image. For some it is the past and the family of origin, for others the present and the family they created, or their body, face, soul… but there are also seashells and bees.
Complex wefts, as complex as Beccaria’s work: who knows how many words can line up over 53 km? How many thoughts, feelings, emotions? The invitation to collaborate on the project was, for each artist, the beginning of a very intimate personal reflection, which took shape in a work of art but also in short texts and quotations that each one chose to complement his or her piece.
These are revelations of great emotional effect, truly creating symbolic passport photos of each author’s identity. Poetic self-portraits that are meta-visions because they develop an instinctive and sensorial perception with the viewer. Probably due to the both conscious and unconscious nature of their origin, to their roots in each single artist’s craft: confronting one’s self is a journey along sunny pathways, swims, climbs, wells, forests, moonless nights, rooms that are open and others where you need to look for the keys while you are already inside. Confronting one’s identity is like confronting one’s own life. So these works contain final balances in images, in which time becomes circular and sketches a protected space. There is no final point, no arrival, only a condensed breath. Silvia’s weft has the breath of an open work: free threads surround on all sides the pockets that guard the works by Maura, Jessica, Giulia, Miriam, Roberta, Ornella, Claudio and Paolo. Bends in the flow of their existence, coming from springs and ending in an estuary, for a weft that is still waiting to be weaved.

Olga Gambari

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